“LIBERCOMUNISMO” SU RAI CULTURA

Rai Cultura, 6 marzo 2026

“…Questo libretto chiarisce anche una interessante contraddizione in cui sono caduti i liberali. Che hanno per lungo tempo favorito i processi di concentrazione del potere economico determinati dalla centralizzazione dei capitali. Ora però scoprono che il capitale centralizzato punta a concentrare anche il potere politico attraverso riforme più o meno surrettiziamente autoritarie. E così, dopo aver distrutto le socialdemocrazie, punta a mettere in crisi anche l’assetto delle democrazie liberali. In sostanza, i liberali si sono un po’ scavati la fossa…”

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“LIBERCOMUNISMO” A “QUANTE STORIE”

Quante Storie – Rai Tre, 5 marzo 2026

“..Contro i processi di concentrazione del potere economico e politico in sempre meno mani possiamo seguire due strade. La via liberale consiste nel proseguire con l’anti-trust, un’opzione ampiamente sperimentata che si è rivelata inefficace: i dati indicano che non ha bloccato la tendenza. L’altra via consiste nell’aggiornamento e nel rilancio di un tabù, che possiamo anche definire ‘comunista’, e che consiste nell’esproprio del grande capitale centralizzato..”.

Emiliano Brancaccio, Stefano Feltri e Giorgio Zanchini su guerra, tecno-oligarchie e pianificazione a “Quante storie” su Rai Tre, in occasione della presentazione del libro “Libercomunismo” (Feltrinelli 2026).

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Se vince il Sì al referendum, scendono gli indici di democrazia

il manifesto, 3 marzo 2026

“…Si parla molto di premiare il merito, cioè i giudici più solerti. Ma gli indici di democrazia badano a un rischio che si cela dietro queste apologie meritocratiche. L’azione disciplinare che sarebbe attuata dall’Alta Corte – di fatto un giudice speciale di dubbia legittimità – potrebbe infatti ricadere non tanto sui giudici improduttivi quanto piuttosto sui magistrati che osino disturbare interessi consolidati, non semplicemente dei politici ma soprattutto dei loro committenti economici.

Quando il ministro Colbert chiese come potesse aiutare gli affari, il mercante Legendre rispose: laissez-nous faire, cioè «lasciate fare a noi» mercanti. In fondo, somiglia a quel che Giorgia Meloni dichiarò all’atto di insediamento del suo governo: «Non disturbare chi vuole fare», col diritto sempre subordinato agli indirizzi di governo. Un avvertimento per tutte le forze sociali d’opposizione, per il parlamento, per le autorità di controllo, ma anche per i giudici. Tra i vari modi in cui si sta interpretando la battaglia referendaria, questo è probabilmente il più tangibile e materiale di tutti…”

di Emiliano Brancaccio e Alberto Lucarelli

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Palazzo Chigi e il capitalismo “nero”

il manifesto, 19 febbraio 2026

“..Meloni mette a disposizione cinque miliardi, con una esplicita ripartizione “di classe”: quattro miliardi alle imprese e un solo miliardo alle famiglie meno abbienti. Come esemplifica la premier, il bonus bollette per i nuclei familiari più deboli non andrà molto oltre i 115 euro aggiuntivi all’anno, le famiglie a reddito medio-basso non riceveranno un bel niente e gli imprenditori potranno invece ottenere prebende fino a 200 mila euro. Pochi giorni fa, un rapporto della Bce segnalava che in Italia le famiglie italiane pagano bollette doppie rispetto alle imprese. Uno scarto che non si registra in altri paesi, tra cui Francia e Spagna. Ebbene, il decreto del governo è destinato ad aggravare la sperequazione. Per giunta, i generosi sussidi alle imprese saranno congegnati soprattutto per compensare il costo dei «diritti» di emissione…”

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Miseria della geopolitica capitalista

il manifesto, 4 gennaio 2026

     

“[..] Il punto è che gli odierni geopolitici si attardano su questo debole approccio soggettivista poiché sanno davvero poco delle strutture del capitale e dei loro vincoli oggettivi. Ma questa scarsa conoscenza ha portato alcuni di essi a commettere errori madornali, come assecondare la risibile narrazione di Donald Trump quale agente di pace. La verità è che non hanno nemmeno una chiara nozione di quell’indebitamento estero che ha forzato gli Stati Uniti a ritirare le truppe dai lontani teatri di guerra che essi stessi avevano aperto anni fa. Non hanno capito che il debito verso il mondo rende l’America sempre meno capace di dominare il mondo. E quindi la induce a ridefinire il perimetro egemonico, e magari a concentrare la violenza nel “cortile di casa”.

Per i geopolitici à la page, sembra che in fondo il capitalismo non sia mai giunto. Per loro pare tutto un medioevo, sia pure attualizzato.

Sui giornali e in televisione, è dunque tutto un teatro di commentatori che discettano di guerra e pace senza mai afferrare le loro basi materiali. Ma che proprio per questo, a ben vedere, risultano funzionali a chi la guerra la decide. Possiamo dire, in fin dei conti, che l’odierna geopolitica capitalista è l’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla. In ciò sta il suo inconscio servigio. E la sua estrema miseria.

In altre fasi si sarebbero organizzati confronti collettivi per distinguere la vana chiacchiera dalla lotta scientifica e politica [..]”

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